Massimo Giannotta, 2006, 'Alcuni appunti su Gladys Sica', Presentazione libro 'Nel fuoco del silenzio -Il Viaggio', Libreria Odradek, Roma.
“Alcuni appunti su Gladys Sica”
Presentazione libro,
Odradek libreria, Roma, 2006
Viene da chiedersi dopo aver letto le poesie di Gladys Sica, e poi davanti ai suoi lavori di pittura, se e in che modo le due forme di espressione con cui l’artista si misura, trovino una confluenza, una coerenza.
Poesia pittorica o pittura poetica? La domanda appare subito troppo semplificatoria e non esauriente, ma può essere utile partire da essa per ricercare quell’unità di ispirazione, che si presume dovrebbe coincidere nella persona dell’autrice.
La scrittura poetica della Sica ci si presenta franta e perentoria, nella sua spigolosità sempre strettamente elegiaca, con una impostazione spesso paratattica, in coerenza con le sue, anche se lontane, radici surrealiste. Poesia composta con ampi tratti, scandita da brevi ma significativi silenzi, dotata da un’aggettivazione spesso ridondante e ossimorica a tradire un percorso espressivo che si pone programmaticamente sopra le righe.
Interessante è esaminare il primo e significativo segno del percorso poetico, che parte dall’esergo, e di cui annotiamo alcune parole chiave: arte, anima e mistero.
Quale dunque il significato dell’arte, quale il suo limite? Quale la funzione dell’artista?
Nella poesia C’è, a proposito dell’arte, si parla di possibilità impossibile (ancora un ossimoro), di aggiungere mistero al mistero, si parla dell’ errante universo dell’artista, di un’attesa che ci aspetta.
Dice ancora la Sica:
Ritornano alla mia anima
le acque rosse del quadro
con una forza che non è solo mia.
E, nel tentativo di una definizione, rileviamo che si incrociano la pittura (le acque rosse del quadro) e la poesia.
Dunque, sostiene la Sica, nel suo sforzo di spiegare e razionalizzare il fenomeno, l’arte è un mistero in un certo senso inspiegabile.
Non avrebbe senso qui registrare le immancabili obiezioni a tale posizione, ci limitiamo a prendere atto della convinzione espressa dall’autrice, su quella che ella giudica la natura trascendente del fenomeno.
Vengono dunque sottolineate le problematiche e le difficoltà di fronte alle quali si trova l’artista, tra cui, annota Gladys Sica, non è assente l’esigenza di trovare una patria per la propria opera.
In realtà diremmo che l’opera d’arte non avrebbe strettamente bisogno di una patria, pur tuttavia notiamo che questa esigenza si esprime in artisti che si trovano a vivere e cavallo tra culture diverse, come è il caso di Gladys Sica.
Non manca neppure una sorta di invocazione alla poesia, in un momento di attesa e di ascolto, in Domenica, poesia e poi, uno dei tanti momenti di metascrittura che tradiscono una riflessione problematica e dolente
Nella poesia Cosa sanno loro, ci troviamo di fronte ai versi:
Brilla nell’ordinata desolazione
la mortale illusione dell’artista.
Arte come mortale illusione oppure artista come illuso? Ma se nell’ordinata desolazione brilla tale illusione, non si può che trattare dell’arte e della sua pratica in cui sono concentrati i rischi connessi con la scelta di vivere da artista.
Provando un accostamento, in riferimento a questa prima parte del discorso, tra poesia e pittura, ci sembra in una prima approssimazione che il discorso presenti non poche difficoltà.
Le due forme espressive sono utilizzate nella maniera che è loro specifica e quindi profondamente diversa. La poesia medita e affronta i temi attraverso le parole, strumenti dotati di carico semantico, la pittura attinge ad un universo fatto di forme e di colori, dice non dicendo, allude ed elude. Comunque nel caso di Gladys Sica, ci sembra che la pittura appaia più fortemente passionale, mostrando le sue più profonde radici inconsce.
Si tratta sempre di lavori fortemente materici, in cui sono evidenti le reminiscenze espressionistiche, in cui è riconoscibile il segno della scultura, fondamentale nella formazione dell’artista., dipinti in cui la forza compositiva si sposa con una tavolozza ricca, che ricerca attentamente la ragione dei propri colori.
Ma mentre la poesia s’interroga, la pittura si fa, si scava (interessanti i cartoni realizzati secondo una tecnica originale), in una girandola, come si diceva, fortemente passionale, approfondendo la meditazione sull’amore, senza che manchino momenti distesi di riflessione (pittorica naturalmente) sulla solitudine e sull’attesa.
Sono anche presenti spunti che tradiscono tracce di naiveté, come nella Forza della natura, sulle cascate di Iguazu. Ci pare anche di poter dire che traspare un percorso inclinato verso l’informale.
Dunque, ci pare di poter concludere che la poesia e la pittura, rispetto a un’unità di ispirazione, seguono percorsi diversi.
Dunque la convergenza che stiamo cercando dobbiamo trovarla proprio negli spunti che emergono dall’opera dell’artista.
Come abbiamo detto nella poesia si nota un deciso tratto elegiaco che si può facilmente rintracciare anche nelle opere pittoriche, ma soprattutto appare una convergenza sul tema dell’amore, pur trattato con una passionalità più sensuale nella pittura, come testimoniano i lavori sulla coppia, sull’abbraccio, e perfino quello sul tango.
Anche nella convergenza di temi, però, l’approccio poetico risulta più problematico. L’illusorietà dell’amore, Ingannevole festino, l’amore impostore, la promessa di allegrie quasi credibili, rappresentano una sorta di contraltare alle coppie profondamente e intrinsecamente allacciate della pittura.
La pienezza che non dura, la caducità dell’amore è dolorosamente ricordata, come il rinvio e la speranza dell’amore, mentre certamente, l’amore come salvazione (Ciò che ci salva) confluisce con tutto un filone della rappresentazione pittorica.
Ma il motivo che più propriamente rappresenta un momento di coincidenza è quello della tensione ad oltrepassare i limiti. Ciò è inteso in senso artistico, sentimentale ed esistenziale, che spiega la scelta dell’autrice di costruire una scrittura, come si notava, che si pone sopra le righe.
In merito a ciò, la poesia Cosa faremo assume come rischio necessario l’esigenza di andare oltre, della rottura degli schemi, che però, in quanto tale, non può essere che una promessa.
Dunque l’arte è una pratica che rompe gli equilibri, ma in cui ci si scopre, dopo aver compiuto il salto, di essere in una situazione di passaggio, in un certo senso di precarietà, pur dopo aver lasciato alle spalle il grande caos. Si legga a questo proposito Alle mie spalle, in cui le possibilità s’impantanano nella notte e le anime non riescono a risollevarsi. Si ha l’impressione di un ripiegamento verso il passato, in attesa dell’evento che possa dar vento alle vele e davvero portarci a largo in altri mari. Ci si trova nelle condizioni de I sogni che l’anima non sa sognare in cui addirittura mancano i colori, /le parole mancano, dunque l’arte è muta.
E l’attesa dell’evento è ben rappresentata dalla grande onda, del dipinto La decision, in cui l’uomo attende, sospeso, tra il ricordo dolente del passato e il nuovo mare dinanzi a lui.
Concludendo, annotiamo dunque la convergenza che esiste tra due forme espressive, convergenza che non significa identità: i due strumenti sono usati in maniera loro propria, percorrono itinerari diversi e sviluppano i loro discorsi nei propri ambiti, definendo un complesso intreccio come poli dialettici, che è essenziale esaminare nella loro complessità per chi voglia tracciare un percorso critico, in cui si possano definire con la dovuta chiarezza, gli elementi portanti della produzione dell’artista
Massimo Giannotta