Sergio Spadaro, 2014, Prefazione, libro premiato 'Il viaggio dell'anima', Pubblicata in 'Il movimento e le soste', a pag. 86

 
Con il critico Sergio Spadaro, Personale, 'Tele-Visioni-Cartoni', Centro 'Lavoro Arte', Milano, 2000.
Con il critico Sergio Spadaro, Personale, 'Tele-Visioni-Cartoni', Centro 'Lavoro Arte', Milano, 2000.


Prefazione del Romanzo inedito “Il viaggio dell’anima” di Gladys Sica

   Nella narrazione intitolata Il viaggio dell’anima l’italo-argentina Gladys Sica ricostruisce, più con accenni e folgorazioni che attraverso  una rete strutturata dei fatti, la parte della sua vita che l’ha condotta dalla natia Buenos Aires in Italia, magari con la scusa di rintracciare i suoi prozii in un paese del “profondo sud” calabrese, ma in verità per sperimentare se stessa mediante la creazione artistica. Laureata infatti all’Accademia di Belle Arti porteña (Professoressa di Scultura), dopo aver insegnato per breve tempo in patria, decide di fare il “grande salto” verso l’Europa, stabilendosi a Milano, che le offriva le occasioni adatte.

   E poiché nemmeno a noi interessa ricostruire i fatti biografici, occupiamoci degli aspetti letterari di quanto dice. A cominciare dalle due epigrafi della narrazione e dalla dedica “a tutti quelli che intraprendono il proprio viaggio dell’anima”, che è il vero leitmotiv di fondo. A parte quella di Krishnamurti, l’epigrafe che caratterizza i suoi moti interiori è il testo Itaca di Kavafis: in particolare i versi “Sempre devi avere in mente Itaca / raggiungerla sia il pensiero costante”. Anche per Sica il viaggio verso l’Italia, con annessi ritorni e ripartenze, è un pensiero costante. Quel che conta è il viaggio in sé e l’esperienza via via conseguita.

   Sica, che oltre a essere artista visiva e plastica è anche poetessa, affermava già: “Solo ora mi rendo conto che tutti [i libri pubblicati] formano una trilogia sul viaggio […]. Parlo di viaggio come trasformazione della coscienza e dell’anima […] e gestione sempre maggiore del proprio destino” (in Vento atlantico, Quaderni di Controcorrente, Legnano [MI], 2009). E proprio chi scrive aveva già messo in evidenza, in una recensione, i termini che alludevano al “viaggio”, alle “partenze”, alle “stazioni”, ai “mari inaccessibili”: la nostalgia del ritorno è quella che gli antichi greci chiamavano pothos. Dice Platone: “Pothos è il desiderio di ciò che è in altro luogo, assente: perciò pothos è usato quando ciò che si desidera è perduto, lontano”.

   Questo ci spiega perché l’autrice, quando si trova in un posto, avverte che le manca qualcosa. Da cui nasce immediatamente la spinta a colmare quel vuoto. Assenza e mancanza sono per lei sinonimi. In questa narrazione afferma: “Tanti non capivano come […] poteva avere nostalgia dell’Argentina in Italia. […] Lei spiegava che aveva due anime, non era facile, sempre, alla fine mancava qualcosa” (p. 50). Nella poesia Il paese è senza mani (p. 51) c’è il verso : “partire sarà sempre tornare”.

E a p. 56 dice: “Partire la prima volta fu una grande sfida, tornare anche, ma tornare e partire era, forse, la maggiore sfida”. Perché lei si era convertita “nell’assenza della sua assenza” (p. 26).

   La prima idea di partenza, quella fondamentale, avvenne durante la dittatura “dei colonnelli”, quando si viveva “sotto il terrore dei presagi dei tempi oscuri” (p. 8). Sulla quale Sica dice cose terribili: “Qualsiasi gesto vitale o uno sguardo nervoso potevano essere sufficienti per finire dentro un commissariato ‘per controllo dei precedenti’, perché era diventato un crimine essere giovane o studente”

(p. 6). E chiama i poliziotti “esemplari della bestia insaziabile di violenza”, per cui era necessario bruciare nel cortile di casa qualunque libro che potesse essere ritenuto compromettente, o evitare di essere fermati per strada e sottoposti alle perquisizioni corporali.

   Nella narrazione di Gladys Sica ci si imbatte alcune volte in cartomanti (sui tarocchi aveva fatto delle incisioni) e in testi di meditazione orientale (I Ching, Autobiografia di uno yoghi di Yogananda, ecc.): queste tappe del suo percorso interiore “si potevano spiegare, superficialmente, come coincidenze del caso ma, più raffinatamente, come sincronicità in una unità cosmica o spirituale” (p. 54).

D’altra parte di antinomie e di contrasti si nutre la sua passione vitale (“passione e persistenza, lei conosceva già la forza di questa formula”: p. 56). Si pensi a come, nella narrazione, ombra e luce si rincorrano (“la compagnia della propria ombra durante il giorno, o della luce durante la notte”: p. 20) o perché un capitolo è chiamato Rinascere. Carl G. Jung, in Sul rinascere (Conferenza di Eranos del 1939 – Boringhieri, TO, 1978), parla di cinque “forme” del rinascere: qui interessa solo la rinascita definita renovatio, perché concerne la trasformazione soggettiva della personalità, che può avvenire solamente attraverso la morte della “persona” in cui l’io si identificava precedentemente. E’ quella che ha sempre perseguito Sica: “Davanti a questa libertà, a questo vuoto, a questo silenzio, a questa vera naturalità, si agita la nostra ombra. […] E’ la notte dell’anima, la prova della fede, che non possiamo evitare di conoscere. […] Solo la realtà, toccheremo con la morte. […] La realtà di noi stessi. L’unico tesoro. Nella nostra morte. La nostra vita” (p. 48).

   E, ovviamente, cambiando la prospettiva e grazie alla distanza, anche certe realtà oggettive si mettono meglio a fuoco. Come a es. l’America Latina, che Sica definisce “un continente che ancora non finiva di sapersi uno” (p. 5) e la cui essenza risiede nella sua “origine indigena” (p. 31).

   Ci sono, nella narrazione, paragoni molto inventivi, come i seguenti: “Resuscitava come una vecchia nave che si ostinava a non rassegnarsi a sparire dall’orizzonte della vita conosciuta” (p. 5); oppure “prima che l’odore dell’estate si estinguesse come un animale preistorico di un’epoca remota”

(p. 11). Ma ci sono anche espressioni molto poetiche: “A un certo punto riconobbe ogni luogo, accarezzò ogni disegno, lesse ogni poesia, ricordò ogni ricordo e si consegnò, senza armi, al nuovo”

(p. 20).  Oppure: “La sua prozia materna si era messa un garofano rosso sul petto per essere riconosciuta […], non si poteva capire se era semplicemente il garofano o cos’altro che conferiva una straordinaria dignità a quel corpo contratto dagli anni e dalle rughe” (p. 21).

   Gladys Sica ha finito il suo percorso interiore? Almeno finora sì e forse non c’è modo migliore di chiudere queste note se non citando la sua ultima poesia: “In silenzio comprese che era ferocemente libera”.

 

 

Sergio Spadaro