| Sulla
scelta del cammino e le modalità di lavoro)
E’
così, se un cammino ci fa innervosire e troviamo sempre scuse
per posticipare o delle giustificazioni,
quello non è il nostro cammino.
Il
cammino che ci appartiene ci dona una specie di pazzia o godimento
che ci accompagna ed è, in definitiva, come una droga o una
protezione che intercetta la sofferenza o le barriere che altri
vedono, come insuperabili, nella nostra vita.
Quando
dipingo, quando creo, la cosa più importante è disporre
di molta libertà, specialmente mentale, io direi che la capacità
del vuoto mentale è la condizione interiore di partenza.
L’opera
è un ordine che nasce dal caos ed è come un miracolo,
una festa.
Per
questa causa, sempre secondo me, la cosa migliore è lavorare
in uno studio indipendente dalla propria casa o, almeno, in un locale
o spazio dove poter sporcare, provare, mescolare e accumulare idee,
storie, oggetti apparentemente inutili.
L’atelier
dell’inconfondibile e grande Francis Bacon –anni dopo
la sua morte, nel 2001- è strato trasferito da Londra e montato
integralmente in una galleria di Dublino aperta al pubblico. Al
suo interno sono stati rinvenuti 7.500 oggetti tra foto, ritagli
di riviste e libri, bottiglie vuote, tele abbandonate, barattoli
di pittura, giornali sul pavimento e strati di pittura sovrapposti
sulle pareti: tutto un disordine trasferito e rimontato come se
fosse un antico affresco. Anche nel mio caso, diciamo che la casa
dove vivo è, sempre, molto più ordinata del luogo
in cui lavoro. Inoltre,
altra condizione fondamentale è avere tempo.
Sono
giunta, varie volte, ad annullare appuntamenti di lavoro e altri
programmi affermando che ero ammalata, ad esempio, solo per terminare
una poesia che si era svegliata con me una mattina, senza che “lei”
mi avesse avvisata.
Intervista
a Gladys
Sica di Edith Checa dalla Spagna
Pubblicato
il 08.04.2006 sulla Rivista “Jirones de Azul”(articolo
completo) |
| "Dall'espressionismo
ha recepito il torturato scavo introspettivo della figura umana
e la cruda semplificazione dei tratti e delle gamme cromatiche;
dall'informale, invece, ha derivato
la pittura materica
pulsante e grumosa delle campiture e la violenza dei contrasti
timbrici.
L'iconografia é scarna: l'uomo e/o la donna calati nell'habitat
o in un interno, il paesaggio, attraversato da una sorta di bufera
di moti antinomici: riflessi delle tante vicissitudini che si agitano
nell'anima tormentata dell'uomo moderno.
I personaggi raffigurati rimangono innervati alle ubicazioni come
attonite presenze di una condizione umana dolente e scarnificata,
in certi casi ci appaiono simili a tragiche statue tra le rupi o
le pareti domestiche: in uno stallo esistenziale di dolore calcificato.
I conflitti della vita e della morte, dell'odio e dell'amore, della
speranza e della disperazione percorrono, dunque, il tessuto dei
suoi oli sostenuti da una genuina vitalità, che poco concede
all'edonismo estetizzante o alla compiacenza sperimentale. Nei lavori
più ispirati, ogni elemento del dipinto resta impresso-scavato
sulla e nella superficie con virile veemenza e con una grazia aspra
e selvaggia ."
Gianni
Pre, dal catalogo della Mostra Personale gall. "Ciovasso",
Milano.
...risaltano
immediatamente all'occhio, gli ampi lavori a campiture e larghe
macchie, spatolari come l'arnese, la spatola...
Franco
De Faveri, dal
catalogo della Mostra
Personale gall.
"Sargadelos", Milano. |