Gladys Sica
artista visivo e poeta italo argentino contemporaneo

Con la poesia a Buenos Aires

Oggi, con il poeta Raúl Luis Calvo*

Intervista e traduzione di Gladys Sica

http://www.generacionabierta.com.ar

Gladys Sica.
1. Come nasce la tua attività poetica? C’è un processo nell’origine che ti ha portato dalla musica, dalla psicologia o da altri settori fino alla poesia definitivamente?

 

 

Luis Raúl Calvo

Vengo da una famiglia -da parte di mia madre-, di musicisti. La mia prima poesia la scrissi a 10 anni, dopo pochi giorni di averla scritta non mi piacque, la ruppi e non la feci vedere a nessuno. Ma ormai era iniziato un processo interiore che sarebbe culminato a 15 anni quando ho cominciato a scrivere canzoni melodiche, con parole e musiche composte da me. Mi sono dedicato per molti anni alla musica, cantando in diversi posti, componendo anche canzoni per opere di teatro per bambini. Secondo l’opinione di persone autorevoli, legate alla poesia, le parole che scrivevo avevano immagini poetiche che dovevo continuare a sviluppare. A 19 anni
ho superato l’esame di autore di testi di canzoni (paroliere) alla SIAE argentina con due grandi poeti in giuria: Eladia Blásquez e Tejada Gómez.
Certo che già leggevo molta poesia, in quell’epoca, specialmente d’autori classici. Ma iniziai più tardi a scrivere poesia, diciamo, a partire dai vent’anni.

G. S.

2. Quale ruolo ha il lettore dentro la creazione e nella pubblicazione della tua opera?

 

 

L. R. C.
Al momento di scrivere, lo si fa, per lo meno nel mio caso, per un bisogno molto grande di esprimere ciò che si sente. Poi viene un secondo momento di depurazione del materiale scritto, un lavoro più freddo ma necessario e dopo, c’è un terzo momento che ha a che fare con il poter comunicare con l’altro attraverso l’opera scritta. Sappiamo che il linguaggio poetico è molto particolare, per questo tale incontro ha luogo con certe persone e non con tutti.

G. S.

3. In quale linea o corrente si può dire che si colloca il tuo lavoro nella cornice della produzione argentina di oggi? Si può definire una linea predominante nel paese o coesistono diverse poetiche simultaneamente?

L. R. C.
Per quanto concerne i miei primi tre libri c’è un’influenza marcata del surrealismo e dell’espressionismo. L’ultimo, invece, "Bajos fondos del alma”, è più un libro con radici filosofiche, un’opera più riflessiva.
In termini generali, gli ultimi anni mostrano la coesistenza di diverse tendenze estetiche, nello stesso momento storico. Si riscontra nella letteratura e nell’arte in generale, non solo nel nostro paese ma anche nel resto del mondo.

G. S.

4. Quali sono i poeti che hanno influito o influiscono nella tua opera in particolare?

L. R. C.
Ci sono molti poeti che in differenti epoche mi segnarono profondamente.
Dapprima Bécquer, Espronceda, Pedro Salinas, Neruda, Miguel Hernández. Successivamente Huidobro, César Vallejo, Manuel del Cabral, Enrique Molina, Luis Cernuda, Vicente Alexandre, Paul Elaurd, Breton, Artaud, Trakl, Roberto Juárroz, Alejandra Pizarnik, i poeti italiani Montale, Quasimodo, Ungaretti, Dino Campana, per nominarti qualcuno dei più significativi.

G. S.

5. Di che materiale è fatta la tua poesia: è presente nell’impulso tematico il tuo lavoro come psicologo clinico, la realtà esterna e quotidiana o, piuttosto, si nutre di processi interiori?

L. R. C.
Ti direi che si nutre di più di processi interiori, ma in quella interiorità, anche tutto ciò che è esterno, nel mio caso, per la mia professione, i patimenti umani in un modo o nell’altro mi coinvolgono e appaiano riversati nella mia poesia.

G. S.

6. La poesia è valida come catarsi psicoanalitica o denuncia sociale, pensiero filosofico o estetica del linguaggio? Cosa è, soprattutto, la poesia? Qual è il limite della poesia -se tale limite esiste?

L. R. C.
Credo che la cosa più importante sia il compromesso con la parola poetica. L’uomo è un essere sociale e vive in un contesto sociale, tutto quello che accade il poeta lo osserva, lo capta, lo percepisce, lo trasmette, lo universalizza e lo condivide con gli altri.
Cosa è la poesia? Forse ciò che a semplice vista appare come un’impossibilità.
Non so se esiste un limite, in un’epoca non si concepiva che una lirica potesse non essere in rima, tuttavia nacque il verso libero come un punto di rottura. Neanche all’inizio si ammetteva la poesia in prosa, ma dopo cominciò ad essere accettata.
Credo che ciò che definisce la poesia è il suo linguaggio interiore e questo è ciò che renderà possibile la sua esistenza nel futuro più in là dei cambiamenti come quelli appena menzionati, cambiamenti naturali, che da un’altra parte, possono originarsi ancora.

G. S.

7. Qual è la tua esperienza con il pubblico e i poeti dopo quasi vent’anni
di attività ininterrotta come coordinatore di letture nei bar di Buenos Aires? C’è differenza tra la poesia che si legge e la poesia che si ascolta?

L. R. C.
L’esperienza che mi lasciano questi quasi vent’anni –cominciammo col “Grupo Generación Abierta” in due caffè del quartiere di San Telmo nell’anno 1988- come coordinatore dei cicli letterari, è constatare il bisogno che abbiamo noi poeti di trovare un ambito di appartenenza dove condividere con l’altro queste segrete voci che chiamiamo poesia.
Non credo che ci sia differenza tra la poesia che si legge e la poesia che si ascolta, si può dire che ci sono due momenti diversi, poiché molte volte ci sono poesie che per la loro struttura è necessario leggerle in solitudine, più che ascoltarle, e in altre circostanze ci imbattiamo con poesie che necessitano la complicità del pubblico.

G. S.

8. Dopo “Bajos fondos del alma” in cui si approfondiscono le impossibilità di un ritorno al passato e si riflette sull’autenticità dei ricordi che si sovrappongono nella memoria, che cosa ti aspetti dal tuo quinto libro, in questo caso dedicato all’educazione, credo il primo che si situa fuori dalla cerchia strettamente poetica?

L. R. C.
“Bajos fondos del alma” è un libro che tenta di demistificare il tempo dell’infanzia, i ricordi del passato. Non per questo tende allo scetticismo, ma mette fra parentesi ciò che apparentemente si mostra a noi come reale.
L’idea è suscitare nuovi interrogativi. Questo te lo dico adesso che il libro è stato scritto e pubblicato, ma quando lo stavo concependo non avevo pensato a ciò. E’ un’analisi a posteriori.
Rispetto all’ultimo libro pubblicato, nell’anno 2006, in realtà è il terzo libro di educazione, solo che è il più intimo dal momento che ai precedenti abbiamo partecipato in vari autori, invece questo è stato scritto soltanto insieme ad una collega, la d.ssa Nora Nardo.
Ciò che ci aspettiamo da “Tiempos diluidos” –cosi si chiama il libro- è che le sue pagine possano essere utili all’educatore affinché veda, al di là delle avversità con cui si confronta giornalmente nelle aule, la possibilità di produrre sempre qualcosa di differente e creativo, che lo porti all’incontro con il suo alunno.

G. S.

9. Tra poco tempo la rivista “Generación abierta” compierà vent’anni di vita sotto la tua direzione, cosa è cambiato durante il corso di tutti questi anni? Qual è il bilancio di questo intenso lavoro?

L. R. C.
Come hai appena detto, faremo vent’anni l’anno prossimo, è molto tempo, abbiamo accompagnato tutto un processo storico-sociale che comprende due decadi. Lo sguardo è stato sempre critico e riflessivo e continua ad esserlo, in questo non siamo cambiati. Cerchiamo di mettere in relazione il passato col presente, crediamo che il ricordo, la persistenza della storia è vitale se vogliamo progredire. Il bilancio è molto buono poiché "Generación Abierta” è un progetto artistico-editoriale che ingloba tutto un movimento di scrittori, artisti, giornalisti di diversi paesi e la loro proposta d’integrazione ed interrelazione è più che mai attuale.
Da due anni abbiamo anche creato la versione digitale (www.generacionabierta.com.ar) che ha una doppia funzione: da un lato condividere col lettore la storia della nostra pubblicazione giacché comprende cinque o sei articoli di ciascun numero e, dall’altro generare proposte parallele e differenti rispetto alla versione cartacea.

G. S.

10. Per concludere questo incontro: c’è qualche altro nuovo terreno che ti piacerebbe esplorare con il tuo lavoro? Quali sono in generale i tuoi progetti futuri?

L. R. C.
Come progetto futuro ma più immediato c’è la pubblicazione del mio quinto libro di poesia “Belleza Nómade” che uscirà probabilmente quest’anno.
Ho anche ripreso a fare musica dopo una parentesi di vent’anni. Mi dà felicità quest’incontro, in fondo, un inatteso rincontro.
Un terreno nuovo da esplorare? Il teatro che mi attira molto, da molto tempo. Forse in futuro…

Luis Raúl Calvo

E' nato a Buenos Aires, Argentina nel 1955. E’ laureato in Psicologia ed è poeta. Dirige la rivista culturale “Generación Abierta” (Letteratura-Arte-Educazione), fondata nell’anno 1988 e che è stata “dichiarata di interesse culturale della Città di Buenos Aires” nell’anno 2000, dal parlamento autonomo della Città di Buenos Aires. E’ membro dell’Associazione di Poeti Argentini. Ha costituito la Commissione Direttiva della Fondazione Argentina per la Poesia. Collabora con diversi periodici sia argentini che di altri paesi. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, portoghese e italiano.
E’ stato incluso in più di venti antologie poetiche, sia argentine che di altri paesi e nel Breve Dizionario Biografico di Autori Argentini dal 1940 di Silvana Castro e Pedro Orgambide, Edizioni Atril 1999.
Opere poetiche pubblicate: “Tiempo dolorosamente resignado” (Edizioni “Generación Abierta”, 1989); “La anunciación de la partera” (Edizioni “Correo Latino”, 1992); “Calles Asiáticas” (Editoriale Plus Ultra, 1996); “Bajos fondos del alma” (Edizioni “Generación Abierta”, 2002).

“Perseveranza dei Giorni”


§ Quando crediamo di avere tutto, qualcosa ci ricorda che esiste anche il vuoto.
§ Chiusi la mano e aprendola scoprì nuove stigmate.
§ Appartenere a qualcuno è una forma di non appartenere a se stesso.
§ La certezza di oggi è il dubbio di oggi.
§ Abbiamo fatto tante congetture che abbiamo perso la rotta.
§ Parlo e mi ripeto. A chi parlo, a chi ripeto?
§ Quando cominciamo a chiederci sull’amore, lasciamo di essere dentro l’amore.
§ Ogni disincontro è un incontro posticipato.
§ Ho toccato il fondo e mi sono reso conto che c’era di più.
§ Non mormorare sotto sotto… là ti sentono tutti.
§ La stupidaggine umana?… E’ lì a portata di mano.
§ Non cercare fuori i demoni. Vivono con te.
§ Non credere tanto in ciò che dicono. Credi di più in ciò che tacciono.
§ Ti domandano quanti anni hai e tu rispondi con il peso di quegli anni.
§ Quando riconosco un punto nel deserto, questo punto lo copre tutto.
§ Chi crede di umanizzare l’umanizzato, disumanizza.
§ Ci si dimentica del cammino, ma non delle orme.
§ La militanza dei morti non ha cessato di respirare.
§ Ci sono mattine in cui uno si sveglia con la strana sensazione di essere nato due volte.
§ La migliore virtù può, a volte, essere la peggiore.


(Dal libro “Belleza Nómade”)


XVI
Ritornare al vecchio luogo
comporta rischi.
Uno arriva col desiderio
di trovar l’immagine
sospesa nel passato
ma il passare del tempo
ci dà altre risposte.

Né le stesse case
né gli stessi visi
né gli stessi odori

né le stesse acque
né le stesse miserie
né le stesse amanti

sono lì, come testimoni
che fummo noi una volta
quelli che decidemmo allontanarci.
Nessuno per certificare, o lasciare
evidenza, della nostra antica identità.


(Dal libro “Bajos fondos del alma”, 2002)

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